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venerdì 23 gennaio 2009

A Napoli i campi nomadi si bruciano con le molotov!

Noi li contestiamo, loro li bruciano! E poi saremmo noi i razzisti!?

Napoli - Cinque del pomeriggio. Anna impacchetta il suo borsone. Volo Myair diretto in Romania, 160 euro andata e ritorno. Check-in dell’aeroporto di Capodichino. Secca come un’alice, gonna lunga jeans, maglietta bianca, 38 anni e due figli, sorride. Le mostro le foto dei campi di Ponticelli appena bruciati. Le viene la pelle d’oca, le scende una lacrima: «Vedi questa baracca incendiata? Era la mia casa...». Prende il suo cellulare e scatta una foto alla foto. Macabro souvenir. Anna alza la gonna, sopra la caviglia una ferita: «Ieri un uomo mi ha picchiato alla stazione della Circumvesuviana. Sono scappata dal campo, dopo che ci avevano presi a sassate. Torno a casa, a Kalarasi, troppa paura». Anna era arrivata a Napoli tre mesi fa per farsi operare allo stomaco, al «Monaldi». 

Uscita dalla convalescenza, aveva trovato casa in una barracca di via Malibran: «Pagavo due euro a settimana per la luce. Cosa facevo? Elemosina. Quindici, 20 euro al giorno. La prima volta in Italia fu Roma, nel 2000. In via Salaria. Poi Napoli, tre anni. E adesso basta». Che vergogna, Ponticelli, Italia. Se quello che è accaduto qui, nelle ultime 48 ore, fosse successo al di sopra della linea del Garigliano sarebbe caduto il cielo. E invece niente, nulla. Che inquietudine vedere la mesta colonna di ape car sgangherati e imbottiti di tutto e di più uscire di notte da un accampamento verso mete ignote. Fuga, esodo, meglio chiamarla con il proprio nome: pulizia etnica. A Ponticelli, due giorni dopo di ira, di collera, di intervento violento di «ragazzi» della camorra - «chille so’ muccusielle», mocciosi, dice un esponente del clan Sarno all’ispettore del commissariato, quasi a prenderne le distanze per giustificarsi - dei 700-800 nomadi, rom, rumeni non c’è più traccia. 

Due bottiglie incendiarie sono state trovate in un cespuglio, non distante dai resti fumanti di un campo. Le donne di Ponticelli fanno tifo da curva Sud, contente che tre baraccopoli sono state incendiate, per evitare che tornassero i suoi abitanti. Le baracche risparmiate (fino a ieri sera) raccontano la fuga precipitosa. Piatti ancora con la carne, con la coscia di pollo presa a morsi. Qui l’Antistato che si è fatto Stato ha eletto don Peppe Sarno, il boss sorvegliato speciale, prefetto con poteri straordinari per risolvere la questione dei rom. E ci è riuscito. Silenzi (istituzionali) assordanti. Per due giorni gli incendiari sono stati lasciati liberi di agire, di «vendicare» il presunto sequestro di una bima di sei mesi da parte di una «zingaretta». 

Sembra che al Comitato per l’ordine e la sicurezza, il prefetto Pansa abbia chiesto alle forze dell’ordine un maggiore controllo del territorio. Insomma, incendiare un accampamento è un reato o no? Ieri sera, quando ormai la «pulizia etnica» era stata portata a termine, dal governatore Bassolino al sindaco Iervolino sono piovute dichiarazioni indignate. Antonio Bassolino: «Bisogna fermare con la massima determinazione questi episodi inquietanti contro i rom». Rosa Russo Iervolino: «E’ impensabile che qualcuno immagini che io possa giustificare la rappresaglia contro i rom». E l’assessore provinciale al Bilancio, Guglielmo Allodi, ha chiesto che sia garantita la permanenza dei rom, «nel rispetto più assoluto della legalità». 

La «nuova» Ponticelli, miscela esplosiva di degrado e di violenza, oggi si sente appagata. Quella «vecchia» è dilaniata. Una volta, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio e Barra, la zona orientale di Napoli, erano la Stalingrado di Napoli. Qui il Pci prendeva percentuali bulgare. Ieri, il Pd di Ponticelli, ha affisso un manifesto per le strade del quartiere, con il quale chiede la «chiusura dei campi rom». Aldo Cennamo, storico dirigente del Pci, una vita nelle istituzioni, parla di «territorio segnato da una illegalità diffusa e radicata» e di «colpevole indifferenza delle istituzioni». A fine luglio, dovrebbero aprire i cantieri per i piani di riqualificazione urbana. Dove? Dove vivevano i rom.


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Saltare per aria grazie agli stranieri

Brèsa – “Li hanno sfrattati e noi abbiamo rischiato di saltare per aria”. Tra gli abitanti dello stabile di via Ottorino Villa 18, a Brescia, si parla con un filo di voce dello scampato pericolo. E la voce gira, finchè qualcuno segnala al nostro quotidiano quanto accaduto la mattina di martedì scorso, il 13 gennaio, in quell’edificio abitato da una decina di famiglie. “Si avvertiva un fortissimo odore di gas provenire dall’appartamento che sino a poco prima era occupato da alcuni indiani cacciati perché non pagavano l’affitto: un inquilino ha dato l’allarme e ha salvato il condominio da una strage”, racconta un cittadino che vuole mantenere l’anonimato. 

SOSPETTO TERRIBILE. Si insinua un sospetto terribile: “E’ strano che l’appartamento abbia rischiato di esplodere proprio dopo che gli occupanti sono stati costretti a lasciarlo”, commentano gli inquilini. E tutti, nello stabile, sono pronti a giurare che qualcuno ha voluto vendicarsi. Fantasie di anziani (nel palazzo vivono soprattutto pensionati) assillati dalla “paura del diverso”? In realtà, anche gli "addetti ai lavori" hanno sentito puzza di bruciato dietro l’odore di gas.

DELICATE INDAGINI. Il Padano.com apprende che sul posto, oltre a una squadra con autoscala dei Vigili del fuoco, era intervenuta anche la Digos. I vertici della questura confermano, ma rimandano ai pompieri. Su quanto accaduto martedì non c’è ancora una versione definitiva, eppure doveva trattarsi di una semplice fuga di gas. Invece, dal comando, il Padano.com ha la conferma che su quell’episodio è in corso una delicatissima indagine della polizia giudiziaria dei Vigili del fuoco. Cosa rende necessario approfondire le circostanze di un’intervento all’apparenza banale? La spiegazione è inquietante: si indaga su tre fornelli che, quando gli extracomunitari hanno lasciato il locale, hanno cominciato a perdere gas. Per il momento Marco Piotti dell’ufficio stampa può solo dire che cosa ha motivato le indagini: un “malfunzionamento” improvviso di tutte e tre le stufe usate dagli stranieri. 

SIMULTANEO INCONVENIENTE. Ora gli esperti dei pompieri devono chiarire se questo simultaneo inconveniente sia di natura accidentale. Per fare un esempio, si potrebbe pensare a tre tubi del gas che, per quanto usurati, tutto a un tratto, si siano squarciati allo stesso modo. E’ ragionevolmente possibile dare ogni colpa al caso? E comunque quegli stranieri avevano già messo a rischio l’incolumità degli altri inquilini con quelle tre cucine a gas collocate in maniera irresponsabile e pericolossima secondo gli esperti.

RISCHIATA LA STRAGE. Di certo, al momento, c’è solo che in via Ottorino Villa martedì si è rischiato grosso. “Senza l’intervento dei nostri uomini – spiegano all’ufficio stampa dei Vigili del fuoco – l’ambiente saturo di gas sarebbe esploso devastando il palazzo”. Tutti lo dicono a bassa voce, ma dopo quello sfratto poteva davvero accadere una strage. 

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